Le sedute di allenamento sono basate su un primo aspetto, quello del potenziamento muscolare, finalizzato a far lavorare l’allievo costantemente sotto stress, quanto più vicino possibile vicino a quello che potrebbe accadere in una situazione reale, un secondo aspetto, quello psicologico.

Abituarti al contatto fisico e a non allontanarsi prima di essere in “sicurezza” neutralizzando l’aggressore ed un terzo aspetto molto importante che verrà sempre ribadito: “il miglior combattimento è quello che non fai”.

In quest’ottica assume particolare rilievo tutto quello che è finalizzato all’allenamento mentale della prevenzione che si concretizza nella valutazione dell’aggressività e della personalità dell’aggressore (più o meno aggressivo) e gli elementi del contesto in cui l’aggressione si sviluppa.

La tipologia del danno: materiale, e quindi relativa ad oggetti o fisico, che incide sull’incolumità fisica della persona, e psicologico, come quello di faticare a tornare a vivere una vita normale, e l’allerta mentale. Bisogna saper porre la giusta attenzione a ciò che avviene attorno a noi con molta probabilità ritarderemo nel percepire per tempo quei segnali e dettagli comportamentali che sono premonitori di situazioni a rischio che possono culminare in un’aggressione. In altri termini, dobbiamo pensare che potremmo essere presi di sorpresa in qualsiasi momento da eventi improvvisi e violenti. Per sapere reagire a minacce esterne dobbiamo prestare attenzione a ciò che ci circonda, facendo diventare la cosa una forma mentale.

Nella valutazione dei livelli di allarme, occorre porre particolare attenzione sia le parole che i segnali del corpo delle persone che ci circondano. Nella comunicazione, solo circa il 7% è verbale, mentre per il resto è non verbale (gesti, fisiologia, postura, distanza, respirazione, tono muscolare, tono di voce, velocità, ritmo, pause, volume della voce). In effetti, gran parte dei nostri “comportamenti comunicativi” sono attuati al disotto della soglia di coscienza (e quindi del nostro controllo), ovvero da strutture neurologiche non influenzabili dal nostro controllo razionale: sono proprio questi “segnali” da valutare. Vi sono segnali di insofferenza o rifiuto, che indicano un atteggiamento di disaccordo e disinteresse per quello che l’interlocutore afferma, di aggressività o di sfida come avvicinare il proprio corpo a meno di 30 cm dall’interlocutore o segnali che devono mettere in allarme, in quanto indice di probabili azioni che si desidera compiere come stringere con forza il pugno o un oggetto.